Studio Legale Avvocato Stefano Azzarello
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STUDIO LEGALE

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STEFANO AZZARELLO

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ARTICOLI DI RIFERIMENTO per il DIRITTO DI FAMIGLIA

Argomento: separazioni e divorzi

Assegnazione della casa familiare e diritto di opporre a terzi il relativo provvedimento.

Con sentenza del 26.7.2002, n. 11096, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito che, ai sensi dell’art. 11 della legge 6.3.1987, n. 74 (Nuove norme sulla disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio), il provvedimento giudiziale di assegnazione della casa familiare (in quanto avente per definizione data certa) è opponibile al terzo acquirente in data successiva anche se non trascritto, per nove anni decorrenti dalla data dell’assegnazione, ovvero anche dopo i nove anni ove il titolo sia stato in precedenza trascritto. La Corte di Cassazione è intervenuta, a Sezioni Unite, per porre fine alla controversa interpretazione della disposizione contenuta nell’art. 11 della legge n. 74/87. Il comma 6 dell’articolo citato dispone che "l’assegnazione (della casa familiare n.d.r.), in quanto trascritta, è opponibile al terzo acquirente ai sensi dell’art. 1599 del codice civile". Secondo alcune pronunce della giurisprudenza di legittimità, il richiamo, contenuto nell’articolo 11 cit., all’articolo 1599 c.c. rende opponibile al terzo acquirente, ma nel limite dei nove anni dall’assegnazione, anche il provvedimento non trascritto intervenuto anteriormente alla vendita; secondo altre pronunce, invece, il legislatore ha imposto un onere imprescindibile di trascrizione, senza distinguere tra durata infra e ultra novennale. Ne consegue che l’assegnazione della casa familiare può essere opposta ai terzi acquirenti solo se trascritta. Le sezioni Unite hanno statuito che il richiamo, contenuto nell’art. 1 legge n. 74/87, all’art. 1599 c.c. assimila il diritto dell’assegnatario a quello del conduttore: il primo potrà opporre il provvedimento di assegnazione, non trascritto, della casa familiare al terzo, che abbia acquistato in data successiva, per un periodo di nove anni a decorrere dall’assegnazione stessa.

L’assegno di mantenimento deve essere adeguato agli indici di svalutazione monetaria.

Con sentenza n. 13811 dell’8 novembre 2001, la Corte di Cassazione civile ha statuito l’obbligo del giudice, che con sentenza dichiari la separazione personale dei coniugi, di prevedere l’adeguamento automatico dell’assegno di mantenimento agli indici di svalutazione monetaria. Tale criterio di adeguamento automatico, inoltre, deve essere fissato dal giudice anche in assenza di una specifica domanda della parte interessata. Con questa decisione, la Corte ha ritenuto di poter applicare in via analogica le disposizioni che disciplinano l’istituto della cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio), le quali prevedono, espressamente, l’adeguamento automatico dell’assegno c.d. divorzile agli indici di svalutazione monetaria (c.d. Indici I.S.T.A.T.). L’art. 156 del codice civile prevede che in caso di separazione personale dei coniugi (sia essa di natura consensuale o giudiziale), il giudice provveda a stabilire, a favore del coniuge che non abbia redditi sufficienti al proprio sostentamento e a carico dell’altro coniuge, un assegno c.d. di mantenimento. Il medesimo articolo, però, non prevede che l’importo di tale assegno debba essere adeguato periodicamente agli indici di svalutazione monetaria, al fine di preservarne nel tempo il "potere di acquisto". Tale adeguamento automatico è invece previsto per l’assegno che il giudice prevede a favore del coniuge economicamente svantaggiato, in sede di divorzio. Fino alla sentenza in commento, quindi, si verificava una notevole disparità di trattamento tra il coniuge economicamente più debole, in sede di divorzio, e quello economicamente svantaggiato, in sede di separazione personale. La Corte di Cassazione ha ritenuto di applicare in via analogica la disciplina tipica dell’assegno divorzile anche a quello di mantenimento, in caso di separazione personale dei coniugi. Ne consegue, che nel caso in cui la parte non abbia richiesto l’adeguamento dell’assegno agli indici di rivalutazione monetaria e il giudice non vi abbia provveduto, la parte interessata possa richiedere l’integrazione del provvedimento, ove nemmeno la parte obbligata vi provveda spontaneamente. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sanciscono l’indipendenza dell’istanza di addebito della fine del rapporto coniugale dal ricorso per separazione. Con sentenza depositata in cancelleria il 4 dicembre 2001, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato che in un procedimento per separazione personale dei coniugi, l’istanza di addebito della separazione ha carattere autonomo rispetto alla domanda con cui è stato introdotto il giudizio di separazione. La sentenza di separazione, quindi, diventa definitiva nonostante il giudice non si sia definitivamente pronunciato sull’istanza di addebito, consentendo la proposizione del ricorso per ottenere il divorzio. La sentenza in commento riforma il precedente orientamento della Corte di Cassazione sul tema, secondo il quale l’istanza di addebito e la domanda di separazione erano collegate da un nesso di dipendenza tale da rendere improponibile la domanda di divorzio prima che si fosse divenuta definitiva anche la pronuncia sull’addebito.

La sentenza in commento innova l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in merito al rapporto intercorrente tra l’istanza di addebito e la domanda di separazione introduttiva del procedimento nel quale si inserisce. L’interpretazione sino ad ora prevalente dell’art. 151 c.c., nella parte in cui dispone che "il giudice, pronunziando la separazione, dichiara a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione", conseguiva l’effetto di ritenere inscindibili le due pronunce. Ne conseguiva l’impossibilità di proporre la domanda di divorzio fino a che non fosse passata in giudicata anche la questione riguardante l’addebito. Secondo le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, invece, la domanda di divorzio e l’istanza di addebito costituiscono due domande distinte, anche se collegate, con distinti presupposti. La prima, infatti, presuppone fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole (art. 151, comma 1, c.c.); la seconda, invece, fatti distinti, rappresentati da violazioni di doveri nascenti dal matrimonio. Ne consegue che può passare in giudicato la parte della pronuncia riguardante la domanda di separazione, indipendentemente dal carattere definitivo o meno della statuizione riguardante l’addebito. Al passaggio in giudicato della pronuncia sulla separazione è subordinata la proposizione della domanda di divorzio.

 

 
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